Nelle ore di lezione abbiamo provato a riflettere su cosa intendiamo per carcere, educatore in carcere, agente di polizia penitenziaria e teatro.
Ai discorsi fatti in classe aggiungo questo breve testo, fatto di tessere prese da libri e siti, che danno diversi spunti di riflessione sul carcere e sul suo incrocio con la pratica teatrale.
Ai discorsi fatti in classe aggiungo questo breve testo, fatto di tessere prese da libri e siti, che danno diversi spunti di riflessione sul carcere e sul suo incrocio con la pratica teatrale.
Il carcere è un luogo, anche per come è emerso dalle discussioni nate in classe, che suscita una forte curiosità, un luogo ricco di contraddizioni, che nascono dalla sua duplice funzione punitiva da un lato e rieducativa dall’altro, è una comunità dove vengono trattenuti individui privati della libertà personale, in quanto riconosciuti colpevoli (o anche solo accusati - si parla in questo caso di "carcerazione preventiva") di reati per i quali è prevista la pena della detenzione.
Questo ambiente complesso mette alla prova quotidianamente le possibilità di intervento, tramite percorsi di rieducazione di adulti in fase detentiva.
Questo ambiente complesso mette alla prova quotidianamente le possibilità di intervento, tramite percorsi di rieducazione di adulti in fase detentiva.
Seguendo il discorso di Claudio Bernardi (professore di Antropologia del Teatro, all’Università Cattolica di Brescia che nel libro “Il teatro sociale – l’arte tra disagio e cultura”, ed. Carrocci, 2004, dedica un capitolo all’analisi della situazione carceraria e alle possibilità di intervento del teatro) possiamo dire che la detenzione oscilla fra un percorso di riscatto e un percorso di esclusione.
Dice Bernardi: «In uno Stato democratico i diritti delle persone sono inviolabili, ma la strisciante logica della vendetta, per la quale nessuna sofferenza ripaga abbastanza il male fatto, almeno nel caso dei crimini più atroci, porta di fatto a tollerare condizioni disumane di vita, soprusi, sovraffollamento etc. La negazione di qualsiasi via d’uscita porta all’esasperazione i detenuti che non hanno più niente da perdere e così spesso il carcere diventa l’università della delinquenza e della violenza dove contano solo i rapporti di forza, dove il mondo è del più forte, del più abile, del più furbo. Anche la via positiva del riscatto e della rieducazione è attraversata dal sistema di relazioni fondato sul potere». Tutti coloro che devono certificare la buona condotta, in particolare gli educatori che devono mediare tra i bisogni degli utenti e le richieste dell’istituzione, entrano nel gioco di questo conflitto. Prosegue Bernardi: «A monte di tutto sta la terribile quotidianità della privazione della libertà, dell’assoluta disattivazione degli affetti, limitati a sporadici e controllatissimi incontri con i parenti, della noia di ore ed ore a non far nulla, o a sorbirsi dove possibile programmi televisivi. Non a caso, come ha constatato il critico televisivo Aldo Grasso, i migliori esperti di televisione sono i detenuti».
Dice Bernardi: «In uno Stato democratico i diritti delle persone sono inviolabili, ma la strisciante logica della vendetta, per la quale nessuna sofferenza ripaga abbastanza il male fatto, almeno nel caso dei crimini più atroci, porta di fatto a tollerare condizioni disumane di vita, soprusi, sovraffollamento etc. La negazione di qualsiasi via d’uscita porta all’esasperazione i detenuti che non hanno più niente da perdere e così spesso il carcere diventa l’università della delinquenza e della violenza dove contano solo i rapporti di forza, dove il mondo è del più forte, del più abile, del più furbo. Anche la via positiva del riscatto e della rieducazione è attraversata dal sistema di relazioni fondato sul potere». Tutti coloro che devono certificare la buona condotta, in particolare gli educatori che devono mediare tra i bisogni degli utenti e le richieste dell’istituzione, entrano nel gioco di questo conflitto. Prosegue Bernardi: «A monte di tutto sta la terribile quotidianità della privazione della libertà, dell’assoluta disattivazione degli affetti, limitati a sporadici e controllatissimi incontri con i parenti, della noia di ore ed ore a non far nulla, o a sorbirsi dove possibile programmi televisivi. Non a caso, come ha constatato il critico televisivo Aldo Grasso, i migliori esperti di televisione sono i detenuti».
All’interno del carcere esistono diverse associazioni e programmi rieducativi che accompagnano il detenuto nel suo percorso dentro al carcere e nella successiva e delicata fase di uscita.
Per alcuni esempi vi segnalo il sito www.ristrettiorizzonti.it, utile anche per approfondire la propria personale conoscenza dell’ambiente carcere, per mettere a confronto il modo di parlarne della stampa e della tv e quella di un sito web dedicato alla raccolta e pubblicazione di informazioni sul carcere; qui potete trovare alcuni progetti dell’ Associazione Cuminetti che cura le problematiche legate ai bambini e il carcere. Per approfondire invece la conoscenza del “Progetto Bollate”, ovvero la sperimentazione attuata dalla “II Casa di reclusione di Milano, Carcere di Bollate” sul bilanciamento tra l’aspetto punitivo e quello rieducativivo della pena, vi segnalo il sito dell’amministrazione penitenziaria: www.carcerebollate.it.
Il teatro è, tra le altre attività, presente in diversi istituti italiani (cosa che ad esempio avviene anche in Spagna, ma non in Francia, dove tra i mezzi espressivi quello più usato è il video).
Il teatro entra in carcere anzitutto per intrattenere la popolazione detenuta sia come spettatori che come attori. Sopra questa possibilità si aprono le vie di incrocio tra teatro e carcere, che chiedono al teatro di assumere la complessità della comunità in cui lavora. Diverse compagnie e teatranti hanno risolto in tempi diversi questa responsabilità.
Il teatro può includere un percorso terapeutico, ad esempio in carceri con criminali psichicamente disturbati; percorsi di ricerca di nuove estetiche, ad esempio la Compagnia della Fortezza del Carcere di Volterra fondata da Armando Punzo attiva dal 1988; corsi di formazione per attori detenuti, come nel caso della Compagnia del Teatro In-Stabile del Carcere di Bollate, fondata e diretta da Michelina Capato Sartore, etc.
Le tipologie e le estetiche create e utilizzate sono le più diverse: dal teatro di parola, dove dallo studio di un copione si arriva alla messa in scena, a percorsi di creazione scenica dove dalla formazione di un gruppo di attori si perviene all’allestimento di uno spettacolo.
Ognuna di queste specifiche ha le sue conseguenze sul rapporto con l’istituzione, con i detenuti, con la società e il pubblico teatrale e con la più ampia società umana.
In particolare, seguendo quando scrive Michelina Capato Sartore (in “Teatrodentro”, Dispensa del Progetto di Formazione Continua per Operatori Carcerari – “Educazione non formale per adulti in stato di detenzione”, finanziato dalla Comunità Europea) possiamo dire che l’esperienza di creazione scenica si rivela utile ai percorsi rieducativi in quanto in grado di proporre un percorso a sostegno di processi di cambiamento individuale. La creazione scenica è intesa come «uno spazio-tempo intensivo, sospeso tra esercizio, apprendimento e produzione teatrale, in cui un gruppo di persone esplora, attraverso il training attoriale, i giochi di improvvisazione, le tecniche di rilassamento e di concentrazione e i diversi processi di ricerca artistica, l’esperienza corale della creatività teatrale sperimentando i differenti ruoli dell’attore, dell’autore e del pubblico». A partire da un’esperienza intensa di formazione che consente un apprendimento diretto e veloce «è possibile maturare sia a livello personale che di gruppo una serie di competenze socio-relazionali capaci di promuovere la partecipazione, l’agire collaborativo, la gestione e la conduzione efficace del lavoro, senza escludere i nuclei conflittuali ed aggressivi, che rappresentano per il teatro come per la vita, una fonte importante e in eludibile di nuove energie […] Le relazioni che si creano «sono relazioni costruttive che mirano ad un obiettivo comune, sono normate in modo riconoscibile (quella regola esiste perché aiuta il lavoro), sono relazioni visibili ed esplicite (ogni persona è tenuta a guardare gli altri e ad esprimere la sua opinione davvero), sono relazioni solidali (se tu non fai la tua parte io non posso fare la mia e lo spettacolo non esisterà), sono relazioni che attraversano pubblicamente l’inadeguatezza e lo sforzo (tu mia hai visto nel mio non farcela), sono relazioni che restituiscono il senso dello sforzo (ti ho visto: ce l’hai fatta)».
Creare una professionalità nel lavoro dentro un carcere significa seguire un continuo percorso di formazione che bilanci pratica e teoria, approfondimento e contatto con diverse esperienze e pratiche, significa domandarsi la propria disponibilità al contatto con la realtà carceraria, con persone che hanno commesso un reato, con gli agenti di polizia, con le diverse figure che nel carcere lavorano. Lavorare con un’attività espressiva permette la ricerca di un senso all’interno della struttura che ci è data, la ricerca di un senso che, come dice il sociologo Norbert Elias, sia sociale, cioè creato, condiviso e fruito da una comunità.
andrearama@libero.it
Per alcuni esempi vi segnalo il sito www.ristrettiorizzonti.it, utile anche per approfondire la propria personale conoscenza dell’ambiente carcere, per mettere a confronto il modo di parlarne della stampa e della tv e quella di un sito web dedicato alla raccolta e pubblicazione di informazioni sul carcere; qui potete trovare alcuni progetti dell’ Associazione Cuminetti che cura le problematiche legate ai bambini e il carcere. Per approfondire invece la conoscenza del “Progetto Bollate”, ovvero la sperimentazione attuata dalla “II Casa di reclusione di Milano, Carcere di Bollate” sul bilanciamento tra l’aspetto punitivo e quello rieducativivo della pena, vi segnalo il sito dell’amministrazione penitenziaria: www.carcerebollate.it.
Il teatro è, tra le altre attività, presente in diversi istituti italiani (cosa che ad esempio avviene anche in Spagna, ma non in Francia, dove tra i mezzi espressivi quello più usato è il video).
Il teatro entra in carcere anzitutto per intrattenere la popolazione detenuta sia come spettatori che come attori. Sopra questa possibilità si aprono le vie di incrocio tra teatro e carcere, che chiedono al teatro di assumere la complessità della comunità in cui lavora. Diverse compagnie e teatranti hanno risolto in tempi diversi questa responsabilità.
Il teatro può includere un percorso terapeutico, ad esempio in carceri con criminali psichicamente disturbati; percorsi di ricerca di nuove estetiche, ad esempio la Compagnia della Fortezza del Carcere di Volterra fondata da Armando Punzo attiva dal 1988; corsi di formazione per attori detenuti, come nel caso della Compagnia del Teatro In-Stabile del Carcere di Bollate, fondata e diretta da Michelina Capato Sartore, etc.
Le tipologie e le estetiche create e utilizzate sono le più diverse: dal teatro di parola, dove dallo studio di un copione si arriva alla messa in scena, a percorsi di creazione scenica dove dalla formazione di un gruppo di attori si perviene all’allestimento di uno spettacolo.
Ognuna di queste specifiche ha le sue conseguenze sul rapporto con l’istituzione, con i detenuti, con la società e il pubblico teatrale e con la più ampia società umana.
In particolare, seguendo quando scrive Michelina Capato Sartore (in “Teatrodentro”, Dispensa del Progetto di Formazione Continua per Operatori Carcerari – “Educazione non formale per adulti in stato di detenzione”, finanziato dalla Comunità Europea) possiamo dire che l’esperienza di creazione scenica si rivela utile ai percorsi rieducativi in quanto in grado di proporre un percorso a sostegno di processi di cambiamento individuale. La creazione scenica è intesa come «uno spazio-tempo intensivo, sospeso tra esercizio, apprendimento e produzione teatrale, in cui un gruppo di persone esplora, attraverso il training attoriale, i giochi di improvvisazione, le tecniche di rilassamento e di concentrazione e i diversi processi di ricerca artistica, l’esperienza corale della creatività teatrale sperimentando i differenti ruoli dell’attore, dell’autore e del pubblico». A partire da un’esperienza intensa di formazione che consente un apprendimento diretto e veloce «è possibile maturare sia a livello personale che di gruppo una serie di competenze socio-relazionali capaci di promuovere la partecipazione, l’agire collaborativo, la gestione e la conduzione efficace del lavoro, senza escludere i nuclei conflittuali ed aggressivi, che rappresentano per il teatro come per la vita, una fonte importante e in eludibile di nuove energie […] Le relazioni che si creano «sono relazioni costruttive che mirano ad un obiettivo comune, sono normate in modo riconoscibile (quella regola esiste perché aiuta il lavoro), sono relazioni visibili ed esplicite (ogni persona è tenuta a guardare gli altri e ad esprimere la sua opinione davvero), sono relazioni solidali (se tu non fai la tua parte io non posso fare la mia e lo spettacolo non esisterà), sono relazioni che attraversano pubblicamente l’inadeguatezza e lo sforzo (tu mia hai visto nel mio non farcela), sono relazioni che restituiscono il senso dello sforzo (ti ho visto: ce l’hai fatta)».
Creare una professionalità nel lavoro dentro un carcere significa seguire un continuo percorso di formazione che bilanci pratica e teoria, approfondimento e contatto con diverse esperienze e pratiche, significa domandarsi la propria disponibilità al contatto con la realtà carceraria, con persone che hanno commesso un reato, con gli agenti di polizia, con le diverse figure che nel carcere lavorano. Lavorare con un’attività espressiva permette la ricerca di un senso all’interno della struttura che ci è data, la ricerca di un senso che, come dice il sociologo Norbert Elias, sia sociale, cioè creato, condiviso e fruito da una comunità.
andrearama@libero.it
Andrea Veronelli
